LA SOLIDARIETA' FA BENE A CHI LA FA

Ecco come la scienza ci aiuta a capire perché essere solidali aumenta il nostro benessere.

 

In questo periodo siamo tutti più solidali, paradossalmente l’isolamento forzato, che prevede la lontananza, sta riavvicinando le persone.

Stiamo ritrovando un senso di solidarietà di vicinato, un sentimento di rinnovato patriottismo e di fratellanza tra esseri umani.

Questa volta non è per i mondiali di calcio ma, purtroppo, per una grave emergenza legata alla salute pubblica.

Si sa che i momenti di difficoltà sono quelli che maggiormente attivano questo tipo di risposte sociali ma ci sono anche studi scientifici che ci permettono di capire quali sono i meccanismi neurofisiologici che si attivano in presenza di tali comportamenti.

 

Adam Kuczynski ad esempio ha messo in evidenza, attraverso le sue ricerche presso l’Università di Washingtoncome la vicinanza si stabilisca più velocemente e con maggior facilità tra due persone che dimostrano entrambe la loro vulnerabilità. E, in questo periodo, siamo, più o meno, tutti in una situazione di fragilità.

 

In questi giorni ho avuto modo di notare che quando veniamo in contatto con la solidarietà, nelle sue varie forme e manifestazioni, rimaniamo quasi stupiti, come se fosse un fenomeno straordinario, oltre che raro. Eppure è proprio la cooperazione che ha permesso agli esseri umani di organizzarsi e di differenziarsi, è la cooperazione il vero grande vantaggio competitivo della specie umana.

Ci siamo evoluti nella condivisione di beni “materiali”: pensate alle realtà di co-working che stanno spopolando in questi ultimi anni, in cui condividiamo spazi, pensate alla condivisione di documenti sul cloud, ai servizi di sharing che utilizziamo per spostarci.

Tuttavia, facciamo ancora fatica a condividere contenuti non materiali che non abbiano altro scopo se non quello di stabilire e mantenere un contatto con gli altri.

Eppure biologicamente siamo programmati per questo, pensate, per esempio, ai neuroni specchio: attraverso la sola espressione del volto, riusciamo ad entrare facilmente in empatia con l’altro.

Si fa un gran parlare di Intelligenza Emotiva, dei molteplici benefici della sua applicazione alla comunicazione, alla leadership e al business ma forse ora tante persone si sono rese conto dei vantaggi della sua applicazione anche nella vita di tutti i giorni.

Infatti, ed è stato dimostrato che le persone in grado di provare empatia e compassione vivono in uno stato di maggiore benessere.

Dunque essere solidali con gli altri non solo aiuta le altre persone ma aiuta anche se stessi: si aumenta la propria consapevolezza, la propria presenza a se stessi, maggiore lucidità e gestione delle emozioni proprie e altrui.

 

Come dicevo, se rimaniamo stupiti di fronte alle dimostrazioni di solidarietà di cui veniamo a conoscenza in questi giorni, è perché non è così usuale nella nostra vita quotidiana. Allora la domanda è: come mai invece in casi di estrema necessità i casi di solidarietà si moltiplicano tra le persone?

Per due motivi:

  • il primo è che l’uomo apprende anche per imitazione.

Il cosiddetto apprendimento sociale, cioè la capacità dell’uomo di imparare qualcosa di nuovo grazie all’interazione con i suoi simili è, infatti, un processo più veloce e più economico rispetto all’apprendimento individuale che presuppone un’esperienza personale e diretta da parte dell’individuo (esperienza che, tra l’altro, sarà soggetta a continue prove ed errori).

Ma la cosa interessante è che l’imitazione è un atto fondamentale per la crescita sia personale che collettiva, non solo perché ci fa imparare cose nuove con un risparmio di tempo ed energia, ma soprattutto perché, attraverso l’imitazione, apprendiamo come si fa, operativamente, qualcosa, ma apprendiamo anche il significato di quell’azione e i risultati che quell’azione produce.

Ecco perché anche solo sentendo in TV di certe iniziative di solidarietà, riusciamo a intuire come potremmo trasformarle e applicarle al nostro contesto.

Un esempio di ciò sono i gruppi di volontari nati autonomamente, anche tra amici, per fornire un servizio a domicilio agli anziani o anche solo semplicemente i molti flashmob che stanno animando le nostre città in questi giorni.

Prima a chi mai sarebbe venuto in mente? Solo a pochi. E senza alcuna visibilità (ingrediente necessario al processo imitativo).

  • Il secondo è che siamo programmati per questo.

Quando ci dimostriamo generosi e riceviamo riconoscenza per il nostro altruismo il nostro ipotalamo rilascia una scarica di ossitocina, un ormone implicato in importanti funzioni fisiologiche, prima su tutte l’attaccamento materno.

Questo ormone è coinvolto anche nella creazione e nel mantenimento dei legami sociali, è stato infatti dimostrato che viene rilasciato durante comportamenti di empatia e solidarietà. L’ossitocina influenza anche la percezione che abbiamo degli altri, aumentando la nostra fiducia nel prossimo e, contestualmente, abbassando paura, ansia e stress che, notoriamente, ci rendono meno disponibili e aperti nei confronti del mondo esterno.

Ecco che mettendo in atto comportamenti di solidarietà sperimentiamo, grazie all’ossitocina, anche sensazioni positive come il sentirci più fiduciosi, più estroversi, più connessi affettivamente, e questo a sua volta produce il rilascio di endorfine che contribuiscono ad amplificare il nostro senso di benessere.

 

Dunque la solidarietà non solo ha effetti benefici sulla nostra salute ma anche sulla nostra felicità e, come se non bastasse, è contagiosa!

 

La National Academy of Science di Harward ha messo in evidenza come le persone che compiono atti di solidarietà sono di ispirazione per gli altri (secondo appunto il principio dell’imitazione di cui parlavo prima) e incentivano chi le osserva a comportarsi in modo simile, innescando di fatto il circolo virtuoso della solidarietà.

Questo è ciò che sta accadendo nelle nostre comunità in questo periodo e, per chi volesse provare, questo è il momento giusto!

 

Mi auguro che tu abbia trovato questo articolo interessante.

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Il tuo più grande fa,

 

Giovanni Porreca

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